L’industria italiana ha chiuso il 2025 con un altro segno meno: un calo dello 0,2% rispetto al 2024 che porta con sé il peso di tre anni consecutivi di contrazione. Non si tratta di una fase passaggera, ma di una stagnazione strutturale che sta colpendo comparti fondamentali come il tessile, la chimica e i trasporti, mentre l’energia — unico raggruppamento in crescita — traccia una traiettoria quasi solitaria. I dati ufficiali dell’Istat raccontano una storia di luci e ombre che merita un’analisi attenta.

Media storica (1991-2026): -0,02% · Massimo storico: 80,10% (aprile) · Dicembre 2025 vs novembre: -0,4% · Dicembre 2025 su base annua: +3,2% · Gennaio 2026 su base annua: -0,6%

Panoramica rapida

1Fatti confermati
  • Terzo anno di calo dopo -2% 2023 e -4% 2024 (Collettiva)
  • Indice dicembre 2025 a 94,5 punti, oltre 5 sotto il 2021 (Collettiva)
  • Energia unico raggruppamento in crescita nel 2025 (SkyTG24)
2Cosa resta incerto
  • Previsioni esatte per il 2026 ancora da definire
  • Impatto reale della crisi strutturale sui distretti
  • Efficacia delle politiche industriali annunciate
3Segnale temporale
  • 2023: calo -2% — primo anno di contrazione
  • 2024: calo -4% — peggioramento significativo
  • 2025: calo -0,2% — rallentamento del declino
  • Tendenza negativa duratura dal 2022
4Cosa viene dopo
  • Rischio di crollo post-2026 secondo analisi
  • Confronto strutturale con altri paesi europei
  • Possibile accelerazione della deindustrializzazione

Qual è l’indice della produzione industriale italiana?

L’indice della produzione industriale italiana è un indicatore elaborato dall’Istat che misura il volume dell’attività produttiva nel settore manifatturiero, destagionalizzato per eliminare le oscillazioni stagionali e basato sulla media del 2021 pari a 100. Questo strumento permette di confrontare la produzione mese dopo mese e anno dopo anno, offrendo una fotografia sintetica della salute del settore industriale nazionale.

Definizione e fonti ufficiali

Due numeri definiscono la storia della produzione industriale italiana dal 1991 a oggi: la media storica dello 0,02% negativo e il massimo toccato nell’aprile di un anno non identificato, quando l’indice ha raggiunto quota 80,10%.(Cribis, analisi economica) L’Istituto Nazionale di Statistica pubblica mensilmente i dati grezzi e destagionalizzati, distinti per raggruppamenti di industrie: energia, beni intermedi, beni strumentali e beni di consumo.

Dati storici da Istat

Guardando agli ultimi tre anni, emerge un quadro chiaro: il 2023 ha segnato il primo calo significativo con un -2%, il 2024 ha portato la contrazione a un drammatico -4%, mentre il 2025 ha mostrato un rallentamento della discesa con appena -0,2%.(Collettiva, notizie sindacali) Si tratta del terzo anno consecutivo di contrazione, un fenomeno che non si registrava da decenni.

Il dato di dicembre 2025 è particolarmente significativo: l’indice destagionalizzato si è attestato a 94,5 punti, oltre 5 punti sotto il livello del 2021. Questo scarto non è un dettaglio statistico, ma rappresenta il divario effettivo tra la capacità produttiva attuale e quella pre-crisi.

Perché conta

Avere l’indice a 94,5 significa che l’Italia industriale del 2025 produce meno di quanto facesse quattro anni prima. Per le aziende del triangolo Genova-Milano-Torino e per i distretti del tessile-pronateria, questo si traduce in ordini in calo, capacità produttiva sottoutilizzata e margini sotto pressione.

Come sta andando la produzione industriale in Italia?

Il mese di dicembre 2025 ha chiuso con una contrazione congiunturale dello 0,4% rispetto a novembre, un dato che corregge al ribasso l’entusiasmo nato dal +1,5% registrato a novembre stesso.(Istat, comunicato ufficiale) Tuttavia, su base annua il dato di dicembre mostra ancora un +3,2%, una crescita che riflette il calo brutale deluglio-dicembre 2024 più che un miglioramento strutturale.

Dati recenti Istat

Nel dettaglio settoriale di dicembre, l’energia guida i rialzi con +1,2%, seguita dai beni strumentali a +0,5%, mentre i beni intermedi segnano -0,4% e i beni di consumo chiudono a -0,9%.(Cribis, report settoriale) A trainare la crescita tendenziale sono stati i farmaceutici con un eccezionale +23,8%, la metallurgia a +7,4% e le attività manifatturiere a +9,3%.

Confronto mensile e annuo

La fotografia mensile del 2025 racconta di un anno ad alta volatilità: agosto ha registrato il calo più ripido con -2,4% su luglio,(Istat, dato agosto) settembre ha recuperato con +2,8% su agosto,(Istat, dato settembre) ottobre ha ripreso a scendere con -1,0%, e solo novembre ha restituito slancio con +1,5%.(Istat, dato novembre)

L’energia si conferma l’unico raggruppamento con un bilancio positivo nell’intero 2025, un dato che riflette la transizione in corso nel settore e il calo dei prezzi delle materie prime energetiche. Per tutti gli altri comparti, il segno è negativo o stagnante.

La produzione industriale in Italia è in calo?

Sì, la produzione industriale italiana è in calo strutturale dal 2022. Non si tratta di fluttuazioni congiunturali o di un momento particolarmente difficile, ma di una tendenza che ha attraversato tre anni completi con effetti cumulativi significativi. La fase di stagnazione per il settore manifatturiero, come la definisce l’analisi Cribis, non è un accident di percorso ma una condizione che sta diventando la normalità.

Trend dal 2022

Il 2025 segna il terzo anno consecutivo di contrazione dopo i cali del 2023 e del 2024.(Cribis, analisi 2025) Nonostante il rallentamento del ritmo di caduta — da -4% a -0,2% — il dato resta negativo e la base di confronto continua a erodersi. Il tessuto produttivo italiano non sta recuperando terreno perso, sta semplicemente cadendo più lentamente.

Settori colpiti

I settori più in difficoltà nel 2025 sono stati i chimici con -3,6%, i tessili e abbigliamento con -3,4%, e il legno-carta-stampa con -2,9%.(Cribis, flessioni settoriali) Queste filiere non sono secondarie: rappresentano l’ossatura di distretti industriali storici come Prato per il tessile, la Lombardia orientale per la carta, e l’Emilia per la chimica. La crisi di questi comparti si trasla direttamente in occupazione e redditi territoriali.

I numeri del declino

Tre anni di calo cumulativo: -2% nel 2023, -4% nel 2024, -0,2% nel 2025. Nel complesso, l’industria italiana ha perso circa il 6% della capacità produttiva in tre anni. Per un’economia che dipende dal manifatturiero, il peso di questi numeri non va sottovalutato.

Qual è il settore più in crisi in Italia?

Il settore tessile-abbigliamento-pelli si conferma tra i più in sofferenza, con un calo del 3,4% nel 2025 che si aggiunge a un declino strutturale iniziato anni prima.(Cribis, crisi tessile) Non è un settore qualunque: rappresenta il cuore pulsante di distretti come Biella, Prato e Carpi, territori dove l’identità industriale coincide con il tessile da generazioni.

Analisi settoriali

Guardando la classifica settoriale del 2025, il quadro è polarizzato: da un lato i farmaceutici con +23,8% trainano la crescita,(Cribis, settore farmaceutico) dall’altro chimici (-3,6%) e tessili (-3,4%) affondano.(Cribis, settori in calo) I trasporti, la chimica, il legno-carta formano un blocco di filiere in crisi ampia che va sotto il nome di “crisi filiere” nell’analisi di Collettiva.

Dati gennaio 2026

Secondo le prime rilevazioni, a gennaio 2026 la produzione industriale italiana ha segnato un -0,6% su base annua. L’energia continua a crescere mentre chimica e tessile crollano,(SkyTG24, dati gennaio 2026) confermando che il 2026 non si è aperto con segnali di inversione. Il rischio di un’accelerazione della deindustrializzazione resta concreto.

Quali sono le previsioni per la produzione industriale nel 2026?

Le previsioni per il 2026 sono avvolte in un’incertezza significativa. Non esistono al momento stime ufficiali validate da più fonti autorevoli, e i pochi segnali disponibili — analisi di agenzie specializzate e commenti di operatori di settore — convergono su scenari di rischio piuttosto che di ripresa. Il riferimento a un possibile crollo post-2026 non è catastrofismo ma un’allarme lanciato da chi legge i dati con attenzione.

Prospettive future

Se il trend attuale dovesse proseguire senza interventi strutturali, il 2026 potrebbe essere l’anno in cui la caduta cumulativa raggiunge un punto di non ritorno per alcune filiere marginali. I distretti che hanno già perso competitività — quelli tessili in primis — rischiano di accelerare la delocalizzazione o la chiusura.

Rischi strutturali

Il problema non è solo ciclico. L’industria italiana affronta sfide strutturali: costi energetici ancora elevati rispetto ai competitor europei, burocrazia, difficoltà di reclutamento di manodopera qualificata e ritardi negli investimenti in digitalizzazione.(SkyTG24, sfide strutturali) A questo si aggiunge la pressione della concorrenza internazionale, in particolare dai paesi dell’Est Europa e dall’Asia.

Gino Giove, segretario confederale CGIL

“Mentre il ministro Urso continua a evocare un presunto ‘rinascimento’ dell’industria italiana, i dati ufficiali dell’Istat raccontano una realtà molto diversa.”

Eliseo Dona, presidente Unione Nazionale Consumatori

“Per invertire la curva produttiva non bastano i consumi delle famiglie perché sono già ridotti all’osso.”

Cosa è certo

  • Dati Istat dicembre 2025 e gennaio 2026 confermati
  • Terzo anno consecutivo di calo
  • Farmaceutici in crescita significativa
  • Tessili e chimica in crisi strutturale
  • Energia unico settore in espansione

Cosa resta incerto

  • Previsioni esatte per il 2026
  • Impatto reale sui distretti minori
  • Efficacia delle politiche industriali
  • Tempistiche di eventuale ripresa

Letture correlate: Innovazione Italiana – Trend, Startup e Opportunità 2025

Fonti aggiuntive

istat.it, istat.it, istat.it, istat.it

Il calo dello 0,2% nella produzione industriale italiana nel 2025, terzo anno consecutivo secondo Istat, emerge chiaramente dai dati Istat 2025, contrapposto alla crescita energetica e alla crisi tessile.

Domande frequenti

Dove si trovano i principali distretti industriali italiani?

I principali distretti industriali si concentrano nel triangolo industriale genovese-milanese-torinese, nella zona tessile di Prato e Biella, nei distretti della moda emiliani, nel polo biomedicale di Mirandola e nel comparto orafo di Vicenza. Questi territori rappresentano l’eccellenza manifatturiera italiana ma sono anche quelli più esposti alla crisi settoriale in corso.

L’Italia è ancora un paese industrializzato?

Sì, l’Italia rimane una delle principali economie industriali europee, con un manifatturiero che rappresenta circa il 18% del PIL. Tuttavia, la produzione industriale è in calo strutturale dal 2022, e il rischio di deindustrializzazione — specialmente in alcuni settori e territori — è concreto e richiede interventi mirati.

Qual è la classifica mondiale della produzione industriale italiana?

L’Italia si colloca tra le prime 10 economie industriali mondiali, ma la sua quota è in diminuzione. Secondo le analisi settoriali, il paese mantiene posizioni di rilievo in settori come il tessile-abbigliamento di lusso, la farmaceutica, l’alimentare e il biomedicale, mentre perde terreno nei comparti a maggiore intensità energetica e manodopera.

Perché il settore tessile è in crisi?

Il tessile italiano soffre per la concorrenza di prodotti a basso costo dall’Estremo Oriente, l’aumento dei costi energetici, e la difficoltà di competere su volumi con paesi che hanno catene di approvvigionamento più efficienti. Il calo del 3,4% nel 2025 è la continuazione di una tendenza che dura da anni e che sta mettendo in difficoltà interi territori.

Quali settori crescono nella produzione industriale italiana?

I settori che mostrano crescita sono principalmente farmaceutici (+23,8% nel 2025), computer ed elettronica (+2,6%), e l’energia come raggruppamento. Questi comparti beneficiano di domanda crescente, innovazione tecnologica e — nel caso farmaceutico — di un contesto regolatorio favorevole.

Come si confronta la produzione industriale italiana con quella europea?

L’Italia ha performance inferiori alla media europea, che invece mostra segni di ripresa. Il calo dello 0,2% italiano contrasta con indicatori più stabili o positivi in Germania, Francia e Spagna. La stagnazione italiana si inserisce in un contesto europeo dove il manifatturiero sta invece recuperando terreno dopo le turbolenze post-pandemica.

Ci sarà un crollo dell’economia italiana dopo il 2026?

Non è possibile prevedere un crollo con certezza, ma i rischi sono significativi. Se il trend di calo settoriale prosegue senza interventi strutturali, alcune filiere potrebbero raggiungere un punto di non ritorno. L’allarme lanciato da analisti specializzati riguarda la possibilità di un’accelerazione della deindustrializzazione, non di un collasso generalizzato.

Per le aziende manifatturiere italiane, la scelta è chiara: investire in innovazione e sostenibilità per competere sui mercati internazionali, oppure rischiare di essere sopravanzate dai competitor che lo stanno già facendo. Il calo della produzione industriale non è un destino scritto — dipende dalle decisioni che imprese, sindacati e governo sapranno prendere nei prossimi mesi.